Emozioni – La #dieta non è solo cibo: ecco perché a volte non funziona (e come rimediare)

di Veronica Tavani*

Tutti noi abbiamo provato almeno una volta nella vita a seguire una dieta, un regime alimentare controllato e prescritto per necessità di mangiare correttamente. Al giorno d’oggi moltissime sono le persone costrette a seguire una dieta per ridurre i chili in eccesso e /o per problematiche legate alla salute (come il diabete o la celiachia, l’ipertensione ecc.).
Sappiamo bene quanto sia difficile seguire una dieta! Neanche la iniziamo e diventiamo subito più depressi o irritabili, ci facciamo venire sensi di colpa e ci sentiamo frustrati ad ogni minimo “sgarro” alla ferrea regola, mandando all’aria magari tutti gli sforzi fatti fino a quel momento.
Il mercato delle diete purtroppo ci suggerisce che perdere peso sia semplice, ogni giorno ci vengono propinate pillole, tisane e programmi alimentari di ogni sorta, ma non è così facile. Inoltre sappiamo tutti che “dovremmo mangiare meno”, “mangiare meglio”, “fare attività fisica”, eppure la maggior parte delle volte la dieta fallisce. A conferma di questo dato il fatto che ogni anno cresce sempre di più il numero degli obesi nei paesi industrializzati. Perché?
Proviamo a rispondere a questa domanda, senza aver la pretesa di trovare per forza soluzione.

Probabilmente le diete spesso falliscono perché nutrirsi non è solo una necessità fisica ma anche un piacere, e il cibo ha soprattutto un valore affettivo. Ebbene si, molto spesso non mangiamo per bisogno fisico ma emotivo! Ed è qui che risiede la chiave di volta. Il cibo è affetto, relazione, piacere, condivisione, mette in moto una serie di emozioni e stati d’animo che sono necessari al nostro benessere. Stando così le cose tutto assume una diversa valenza e potremmo magari provare a guardare le cose da un’altra prospettiva.
Pensiamo ad un bambino appena nato, la suzione è un riflesso innato e il bisogno di alimentarsi istintivo, ma attraverso la suzione il bimbo non prende solo cibo, ma anche contatto, affetto, sicurezza, amore. Il cibo è il primo mediatore relazionale che abbiamo. Lo “impariamo” sin da piccolissimi, anche se poi spesso lo dimentichiamo, il cibo è amore. Mangiare con qualcuno ad esempio è un rituale estremamente intimo e di condivisione affettiva.
Il cibo quindi media nella relazione e ci fa provare diverse emozioni. Non è difficile allora pensare che molto spesso “cerchiamo” il cibo per soddisfare bisogni emotivi, non per bisogno fisico vero e proprio. E sembrerebbe che più le emozioni che proviamo in certi momenti siano negative più ci alimentiamo in maniera incontrollata o non corretta. Se proviamo ad ascoltarci e a sentire cosa proviamo nel momento in cui non resistiamo alla tentazione dell’abbuffata, o mangiamo troppo anche essendo sazi, potremmo forse scoprire in noi certe emozioni (come potrebbero essere la paura, la rabbia, la frustrazione, la tristezza, il senso di colpa, il vuoto, la solitudine) che probabilmente non ascoltiamo veramente e “consoliamo“ con il cibo. Nel cibo è possibile che cerchiamo l’amore, il calore di una carezza, delle braccia che ci raccolgano. Così, trascinati da queste emozioni non prestiamo attenzione ai segnali di sazietà che il nostro corpo ci manda. Gli attacchi di fame hanno poco a che fare con il reale bisogno di nutrimento. A peggiorare la situazione c’è il fatto che generalmente dopo l’abbuffata, dopo la trasgressione, arrivano altre emozioni negative, ci potremmo sentire arrabbiati, depressi, falliti, colpevoli e diventa come un cane che si morde la coda: l’emozione negativa mi fa mangiare, mangiare mi suscita di nuovo emozioni negative. La dieta si colloca proprio in questo spazio!

La dieta purtroppo cura solo l’alimentazione non l’emozione. Già il fatto di dover seguire una dieta potrebbe suscitare emozioni negative, seguirla spesso le amplia. Inoltre è umano e facilissimo mentre si segue una dieta cedere a qualche trasgressione, ma questo spesso, invece di essere accettato con un po’ di indulgenza verso se stessi, non fa che ampliare i sensi di colpa e le emozioni spiacevoli. E si entra in un loop disfunzionale che ci fa star male e spessissimo fa fallire la dieta.

Allora cosa possiamo fare per poter migliorare il nostro benessere e avere più possibilità di concludere con successo una dieta? Chiaramente ogni caso è unico e specifico, per ognuno di noi il valore affettivo e relazionale del cibo, e dell’alimentazione in generale, ha radici nel nostro contesto culturale, familiare e sul vissuto emotivo che ne deriva. Quindi in presenza di difficoltà dell’alimentazione (che può essere sia in “eccesso”, che in “difetto “, che “sregolata”), sarebbe opportuno rivolgersi al medico, ad un nutrizionista e non per ultimo ad uno psicoterapeuta per approfondire e cercare i “nostri” significati. Questi professionisti, anche tutti insieme, possono aiutarci a gestire i disturbi del comportamento alimentare, il peso, le emozioni, a comprendere i significato di alcuni comportamenti e a farci stare meglio! Ma anche noi possiamo autonomamente adottare degli accorgimenti per gestire al meglio l’alimentazione.

Innanzitutto, consapevoli del fatto che non è facile cambiare subito, possiamo iniziare a tenere un “diario di automonitoraggio dell’alimentazione”, dove indicheremo per ogni pasto che consumiamo: l’orario, il luogo dove lo consumiamo, con chi siamo, cosa mangiamo, e il nostro stato d’animo, le nostre emozioni in quel momento. Questo ci permetterà inizialmente di porre attenzione al dove, quando, con chi o in quali circostanze mangiamo di più o di meno, e soprattutto quali emozioni ci guidano in determinati comportamenti alimentari. Insomma provare a stabilire connessioni. Successivamente potremmo riflettere sul significato simbolico dell’attacco di fame (cosa mi dà? Mi mette a tacere? Mi consola? Mi distrae da altro? ecc.).

Un altro piccolo accorgimento che si può suggerire per provare a non cedere subito alla tentazione del cibo è quello di “assaporare” l’emozione che ci assale in quel momento. Se prestiamo attenzione al nostro stato d’animo quando abbiamo un attacco di fame riconosceremo l’ansia, la paura, o la rabbia, o la noia che ci spingono ad aprire il frigorifero, perciò sediamoci, respiriamo, osserviamo la nostra emozione, ascoltando i pensieri che spontaneamente ci vengono in mente. Assaggiamo quell’emozione, lasciamola spegnersi pian piano dentro di noi. Non soffochiamola mangiando!

Cerchiamo di ascoltare i segnali che il corpo ci manda, per riconoscere i reali bisogni! Prestiamo attenzione al senso di sazietà che ignoriamo di solito durante un’abbuffata. Non è semplice farlo, ma il nostro corpo possiede un’infinita saggezza, impariamo pian piano a prestare attenzione e a riconoscere i suoi segnali, quando ci comunica che può bastare, in altre parole impariamo a “sentire”. E soprattutto a pensare che non è necessario svuotare tutta la scatola di cioccolatini, ne basta uno, potremmo averne ugualmente un altro domani, e dopodomani e così via.
Questi certo sono solo alcuni piccoli consigli per iniziare ad affrontare il problema da un diverso punto di vista, il punto centrale credo stia sempre nell’aumentare la nostra consapevolezza rispetto a ciò che sentiamo, crediamo, proviamo, pensiamo. Le diete spesso falliscono perché non lavorano sulle motivazioni profonde dell’attacco di fame, ma solo sul bilanciamento alimentare. Spesso queste problematiche legate al cibo si risolvono all’interno di un buon percorso terapeutico. Ma certamente ascoltare le nostre emozioni, monitorare i nostri bisogni e i nostri stati d’animo potrebbe offrirci delle indicazioni preziose sui nostri comportamenti alimentari e darci maggiori possibilità di portare a termine una dieta con successo.

*Psicologa, Psicoterapeuta