Latina e il caso Bebawi, definito anche l’omicidio della dolce vita

Latina e il caso Bebawi, definito anche l’omicidio della dolce vita, commesso a Roma nel 1964, suscitando un interesse enorme.
La mattina del 20 gennaio 1964 nell’ufficio della società Tricotex in un palazzo nei presi di via Veneto, una segretaria arrivando al lavoro rinvenne il cadavere del proprietario della ditta, Farouk Chourbagi, 27 anni, libanese nato in Egitto, ucciso con quattro colpi di pistola.


Farouk Chourbagi

Farouk frequentava spesso Latina, Sabaudia e il Circeo luoghi della dolce vita in estate. Tra le sue attività imprenditoriali non mancava quella in campo agricolo, tanto che nel 1962 comprò un fiorente e redditizio terreno di sei ettari in via del Lido appartenente alla famiglia Salmaso, lo seguiva con una certa attenzione. Nel capoluogo pontino Farouk conosceva molti giovani benestanti e ragazze avvenenti visto il suo indubbio fascino e la posizione sociale di alto rango. Era molto generoso – così lo ricordano con affetto i vecchi amici – non permetteva mai a nessuno di pagare il conto al bar o al ristorante.

Le cronache di quei giorni turbolenti turbarono molti suoi fedelissimi. La segretaria racconterà agli investigatori che aveva ascoltato una telefonata da parte di Gabrielle Bebawi, detta Claire, che aveva infastidito la vittima. Le indagini ipotizzarono un delitto passionale arrestando Claire, amante della vittima da ormai tre anni, insieme al marito, Youssef Bebawi, un industriale egiziano; la coppia viveva a Losanna ma lei veniva spesso a Roma a trovare l’amante e il giorno del delitto erano di passaggio a Roma.

Il processo di primo grado fu lungo e i due imputati, marito e moglie, si accusarono a vicenda dell’assassinio dell’amante di lei. Il processo di primo grado si concluse con l’assoluzione per insufficienza di prove. La sentenza venne appellata nel 1968 e vennero condannati a ventidue anni di carcere a lui e vent’anni a lei ma entrambi erano ormai fuggiti all’estero e non fu possibile chiedere l’estradizione neanche dopo la conferma delle condanne in Cassazione nel 1974.

Paolo Iannuccelli

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