L'indissolubile legame tra la famiglia Palumbo e la città di Latina

La famiglia Palumbo e Latina, un legame che dura da sempre. Santino Palumbo arrivò in Agro Pontino giovanissimo, proveniente dall’Abruzzo: una terra, allora, povera e con poco da offrire. Cominciò a lavorare con la famiglia nel settore delle costruzioni, subito più pane e companatico per tutti, poi decise di mettersi in proprio e divenne “Palumbo”. Era un nome, una garanzia, come reciterebbe uno slogan pubblicitario. Un imprenditore serio e soprattutto generoso. Con il suo sorriso, sotto i baffetti sornioni e ben curati, convinceva tutti. Era leader e benefattore, carismatico e convincente.
Santino sapeva parlare alla gente, nessuno metteva in discussione il suo operato sia pubblico che privato, era una sorta di eroe da romanzo popolare. Ha fatto di tutto: il costruttore edile, il presidente del calcio, il politico e l’amministratore, il benefattore, il consigliere di tanti.
Quando incontravi Palumbo rimanevi affascinato da un uomo con poca scuola ma tante buone maniere, l’eterna sigaretta in bocca e la quotidiana partita a carte al Circolo cittadino, oppure la giocata a boccette al bar Ezio, sotto la sua abitazione in via Carlo Alberto. Lì viveva fino a pochi anni fa la moglie, la signora Afra, modenese dallo spiccato accento emiliano, figura molto apprezzata in città, religiosissima, che ha dato alla luce tre figli: Lydia, Gianni ed Egidio.
Cosa ha costruito la Premiata ditta Palumbo a Latina? Tante cose. Citiamo a memoria: il centro meccanografico, l’Hotel Europa inaugurato nel 1959, i palazzi di via Umberto I, le Asves, palazzine in via Isonzo, creato il Centro marmi, in via Pionieri della Bonifica, il Palumbo centro ceramiche in via Piave, un impero negli anni sessanta e oltre. L’impresa Palumbò edificò anche a Roma, Terni, Ostia ed altre città italiane. Sante era iscritto alla Dc, amico di Andreotti, alle elezioni comunali le preferenze erano sempre tante per lui che assunse anche l’incarico di assessore ai lavori pubblici. Santino girava su una fiammante Dino Ferrari di colore verde, alla quale era molto affezionato. Il suo amicone Franco Brogialdi la teneva a lucido nel suo garage-officina. Guai a toccarla. Una sera, un furfante rubò la vettura preferita di Palumbo, in città ci fu una sorta di rivolta, in due soli giorni la Dino Ferrari fu riconsegnata al legittimo proprietario, nemmeno un graffio sulla carrozzeria. Altri tempi.
Quando Sante passeggiava per strada erano in tanti a fermarlo, tutti cercavano lavoro e lui cercava di accontentarli. Una mattina di febbraio, un uomo che viveva con la famiglia al freddo di una roulotte gli fece presente la sua drammatica situazione. Palumbo prese due appunti, tre giorno dopo il baraccato ebbe una casa popolare.
Il top della popolarità l’imprenditore abruzzese, ma con Latina nel cuore, lo raggiunse alla presidenza della squadra di calcio che nel 1968 arrivò alla serie C vincendo una storica partita sul campo di Olbia. Grandi festeggiamenti, trionfi, cortei, pazza gioia. Tutti mettevano mano al portafogli per aiutare il club, proprio sotto la spinta del presidente-tifoso. Uno sconosciuto terzino del Tempio Pausania, tale Dolza, dopo un mese, accusò il Latina di illecito sportivo, in particolare Palumbo. I nerazzurri furono penalizzati in classifica e non passarono di categoria. Fecero il loro dovere, come previsto, l’anno dopo vincendo nuovamente la quarta serie: era davvero uno squadrone. Palumbo, nell’estate del ’68, ci rimase male, lui in un albergo di Tempio vide dei giocatori sardi che festeggiavano un compleanno. “Chi festeggia?”, chiese bonariamente Santino e si fece carico delle spese per la torta, lo spumante e la cena. Faceva parte della sua indole di uomo generosissimo. Quando cominciarono i lavori della chiesa di Santa Maria Goretti, nel 1950, Palumbo passò di buon mattino e incontrò il parroco don Renato Di Veroli. Appreso della nuova struttura religiosa, inviò immediatamente un camion carico di pozzolana. Come dimenticarlo?

Paolo Iannuccelli