Passione basket: tra Latina e Reggio Emilia, ecco perché ho scelto le mozzarelle di bufala

Amo profondamente Latina. Si pone, però, una domanda: per chi tifare nel basket di serie A2?  Difficile la scelta per uno come me legato a Lazio ed Emilia. Ho deciso spesso di preferire i colori nerazzurri per un motivo molto semplice: qui ho trascorso 53 anni della mia vita, lì solo 10.

Facile comprendere la scelta. Vivo di basket, dal mini sino alla Nba, facendo di tutto, eccetto l’arbitro. Eppure, a Reggio – Città del Tricolore – ho visto, da bambino, la mia prima partita, nella vecchia palestra Gil dell’epoca fascista, con fondo in parquet e tutte sedie attorno al rettangolo di gioco. Lì giocava La Torre Reggio Emilia, società ancora in vita, ed i miei idoli erano Chico Ovi, grande tiratore, ed i fratelli Castagnetti, le partite più attese erano quelle con Biella, proprio il quintetto in testa alla serie A2. Reggio disputava la serie A, il secondo campionato nazionale dopo l’Eccellenza o Prima Serie. Tutti reggiani in campo, provenienti da una scuola di basket che è ancora la migliore in Italia, un vivaio eccellente, un sistema che funziona.

Dopo gli accesi confronti di campionato, provavo disperatamente il tiro a canestro, in compagnia di altri bambini. La domenica mattina, mi recavo invece con la famiglia sul campo della parrocchia di Correggio ad assistere alle evoluzioni – anche sotto la pioggia e la neve – della Libertas (la squadra dei preti …) che disputava la serie C e batteva sistematicamente gli odiati cugini carpigiani, distanti solo nove chilometri ma sempre spocchiosi. Il pomeriggio viaggio in auto fino a Reggio per la categoria superiore. Un giorno scoprimmo che i “carpsan” avevano pitturato di vernice rossa il monumento ad Antonio Allegri – detto Il Correggio – un grande pittore, un mostro sacro per noi paesani. Guai a toccarlo. La vendetta dei correggesi fu immediata, verniciarono di bianco la statua equestre del generale Manfredo Fanti, ai giardini pubblici di Carpi. Un eroe risorgimentale era stato vilipeso dai correggesi. Se ne parlò per settimane, noi eravamo fieri delle nostre origini e scansavano quelli di Carpi, boriosi per essere i primi in Europa a produrre maglie e “sboroni” con le loro macchine lunghe da “pidocchi rifatti” – cosi dicevano i loro denigratori. La squadra di basket di Carpi era “La Patria”, noi cantavano alla fine dell’incontro: “ O mia Patria,sei bella e perduta”, prendendo spunto da una canzoncina che imparavamo a scuola.

Un nostro giocatore – mi sembra Benatti – andò a provare con la Virtus Bologna di Calebotta e Pellanera. Masselli e Masoni si trasferirono ad Aprilia e giocarono al Cral Simmenthal con coach Luciano Marinelli che li arruolò immediatamente. Zaccarelli – mio amicone e compagno di scuola – fu tesserato dalla Forst Cantù che arrivò allo scudetto. Poi fu la volta della mano caldissima di Rustichelli e di Gualdi che giocava con una sola mano, dopo un grave infortunio sul lavoro. A Reggio hanno sempre mangiato pane e basket, tanto da arrivare ad ingaggiare il mitico Bob Morse, negli anni ottanta, grazie all’intuizione del presidente Enrico Prandi, per anni alla testa del Panathlon International, il mio club. La Reggiana, dopo aver assaporato la serie A del calcio, non è quella di una volta, il basket fa da padrone. Adesso sono secondi in classifica In A1, una sorpresa per tutti, all’inizio della stagione non erano certo tra i favoriti ma le sorprese sono all’ordine del giorno.

Devo sempre scegliere tra tortellini in brodo contro mozzarella di bufala, lambrusco contro Vini del Circeo, il carrello dei bolliti opposto alle grigliate di pesce fresco. Reggio Emilia è terra di intenditori di canestri e di motori, vive di grandi passioni, soprattutto per la politica. Latina ha visto la pallacesto nascere nel lontano 1932, anno di fondazione della città. La prima squadra costituita era femminile, in gonnella elegante e raffinata. La Pallacanestro Littoria, sul campo in terra battuta dell’Opera Balilla batteva le avversarie con piglio deciso. Il primo incontro avvenne con l’Anagni che sospettò sul risultato: “Loro sono della città cara al Duce, non possono perdere”. Nella scuola reggiana i cesti al muro ci sono sempre stati, anche alle elementari si insegnava tiri liberi e palleggio. Latina ha visto fior di giocatori crescere anche in campo nazionale. Il capoluogo pontino ha ospitato Vittorio Gassman, Giancarlo Primo, Nello Paratore, Cafiero Perrella, Francesco Ferrero, tutti personaggi che hanno fatto la storia della via italiana al basket.

Così vicino, così lontano. La A2 è così vicina, così simile al campionato che la precede (la serie A1) ma, al tempo stesso, ne è del tutto lontana. Se il livello tecnico è spesso paritetico rispetto a quello della massima serie, la quotidianità della A2 è invece viva, appassionata come si vede a Latina e in altri centri. Siena, Jesi, Latina, Udine, Piacenza, Ravenna, Trapani, Mantova, Scafati, Casale Monferrato, rendono la seconda serie nazionale come un’autentica boccata d’ossigeno per piccoli centri. Con piazze storiche (Virtus Bologna, Fortitudo Bologna, Virtus Roma mettono insieme, sommandoli, 160 anni di serie A) e giocatori autentici, giovani futuribili e stelle esperte ma tutt’altro che arrendevoli o a fine carriera. Spesso giocare in A2 è una scelta, economica. Essere leader in quel campionato è spesso più remunerativo che fare il panchinaro in serie A1 ma anche tecnica: piuttosto che giocare brevi scampoli di partita, facendo da cambio ad americani viziati e spesso sopravvalutati, meglio, molto meglio essere protagonisti al piano di sotto.

Paolo Iannuccelli